Non accenna a placarsi l’accesa querelle, che tanto spazio sta trovando in questi giorni sui mezzi di informazione, sorta a seguito dell’esclusione di Tony Effe dal concerto di capodanno del Circo Massimo a Roma.
L’amministrazione capitolina ha deciso di estromettere Tony Effe dal concertone, per via dei testi di alcuni suoi brani considerati misogini, sessisti e latori di incitamento alla violenza contro le donne. Il dissidio è alimentato dal fatto che altri artisti, ritenendo l’esclusione una forma inaccettabile di censura, hanno spontaneamente deciso di disertare a loro volta la manifestazione per solidarietà nei confronti del collega, mettendo così a serio rischio lo svolgimento del tradizionale concertone. Si prevede che la diatriba abbia un lungo strascico per via del fatto che Tony Effe parteciperà al Festival di Sanremo e non pare proprio che il direttore artistico Carlo Conti abbia intenzione di fare alcun passo indietro.
Tramite il web ho cercato di documentarmi sui testi delle canzoni di Tony Effe e mi sembra sinceramente fuori discussione il fatto che alcune di esse, i titoli sono facilmente reperibili in rete, contengano frasi sessiste marcatamente grevi. Pochi giorni or sono in alcune dichiarazioni rilasciate a Il Mattino di Napoli, in occasione di uno spettacolo rappresentativo delle sue canzoni al Teatro Acacia, Giulio Rapetti, in arte Mogol, paroliere per eccellenza, ha detto di non ascoltare Tony Effe e che “canzoni come le sue, violente contro le donne, vanno fermate. Questi cantanti vanno sanzionati con una multa pesante. Non è censura, è rispetto nei confronti dei nostri figli e nipoti. Hanno fatto bene a escluderlo dal concerto di Capodanno di Roma“. Esecrando ipotesi di multe o cose del genere, traggo l’opinione che nel caso di Tony Effe sia inappropriato parlare di censura. Rifuggo l’intenzione di alimentare il dibattito già abbastanza rovente, anche perché non aggiungerei nulla di nuovo a quello di cui si va già disquisendo; trovo però condivisibile, al netto di qualche punta di aspro sarcasmo, quanto pubblicato da Il Fatto Quotidiano (https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/12/19/esclusione-tony-effe-capodanno-roma-censura/7810516/). Ho l’impressione alquanto netta che la questione Tony Effe risenta anch’essa della chiassosa e tumultuosa confusione che caratterizza questo tempo di transizione storica che non risparmia nemmeno l’arte (https://www.passnews.it/2024/11/22/impara-larte-e/). Sembra che sovente ci si perda nel confondere il pensiero con l’ideologia, la critica col politicamente corretto, incapaci di resistere alla tentazione di non omologare tutto, di vedere le cose per quello che sono e chiamarle col proprio nome, senza per questo voler giudicare ma pure senza che “ogni loffa addeventa chanel” (parafrasando il maestro Enzo Avitabile). Il titolo di spalla in prima pagina de Il Mattino di Napoli del 22 dicembre recita “Il caso Tony Effe e il peso delle parole”; il bell’articolo di Luca Ricolfi pone l’accento sul termine censura, sulla libertà di espressione e più in generale, sull’importanza delle parole e di come un loro uso spropositato possa generare fraintendimenti e inutili conflitti. La ricerca di parole appropriate a ciò che si intende esprimere ha sempre suscitato in me un certo interesse, un gusto che mi pare si stia perdendo e al quale cerco di non rinunciare. Sono dell’idea che un vocabolario ridotto, un lessico mortificato, non appiattisce solo la nostra capacità di comunicare, ma limita anche la capacità di comprendere ed essere compresi, così come una buona parola può essere di aiuto o di conforto. Trascurare le parole, il senso, il messaggio che vogliamo loro affidare, è un po’ come non badare ai nostri pensieri, e allora mi è venuto di dedicare alle parole le righe che seguono:
Si esce storta o si la dice male,
e vote na parola, te po’ fa ‘ntussecà,
te pò privà de ‘o suonno, nun te fa respirà.
Ma abbasta na parola pe te dà speranza,
quanno e pensieri corrono e a cerevella penza.
Cu na parola justa, a via è già schianata,
nun l’arapimme a vocca sulo pe le dà ciato.
Cercammele e parole ca ‘o tiempo po’ se piglia,
e na bona parola po’ addeventà cunsiglio.
Cercammele e parole, si portano sentimento
nun so sultanto lettere, nun se arreporta ‘o viento.
Cercammele e parole, si teneno n’addore
nun so parole morte, ce sta dicenno ‘o core.
Nun simme sulo chello che pensamme o che facimme
truvammele e parole
nuje simme pure chello che dicimme!