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ESSERE GIOVANI OGGI

SOLITUDINE E DIFFICOLTA’

Il fenomeno degli hikikomori

E’ un termine nuovo. No. Una nuova moda. No. Un nuovo modo di vivere o sopravvivere. No

O forse, non è del tutto sbagliato.

Già sopravvivere, perché -a mio avviso- è di questo che si tratta, non di vivere.

Un hikikomori sceglie. Sceglie di non avere una vita sociale o di avere una vita sociale non reale.

Si chiude in camera, riduce all’osso le comunicazioni verbali con parenti ed amici, stravolge le normali abitudini di vita fino ad invertire il proprio ritmo circadiano e soprattutto si avvale tanto, tantissimo, di strumenti tecnologici per mantenere il contatto con il mondo.

Da fenomeno sociale a stile di vita: le origini

Hikikomori è un termine giapponese, deriva dalla combinazione e dall’evoluzione di due parole: “hiku” (ritiro) e “komoru“ stare chiuso o nascondersi.

Giapponesi sono anche le origini del fenomeno.

Agli inizi degli anni 80 i giovani, sembra inizialmente per reazione alla cultura della società giapponese che li voleva presto indipendenti, autonomi e realizzati (una spinta che riguardava soprattutto la componente maschile della gioventù) iniziarono a reagire con episodi di autoesclusione, ritiro ed isolamento.

Un fenomeno che rimase solo per poco circoscritto al Giappone, ma che presto si diffuse anche negli Stati Uniti ed in Europa assumendo dimensioni preoccupanti e forme molto complesse uscendo rapidamente dalla dimensione di “gruppo di appartenenza” e trasformandosi in un vero e proprio stile di vita che accomunava sempre più persone.

Chi sono gli hikikomori?

Un hikikomori è generalmente un giovane tra i 19 e i 30 anni.

 Un giovane che vuole stare solo perché già di per sé si sente solo e progressivamente entra in un vortice che lo porta a d estraniarsi e ad isolarsi: lascia la scuola, abbandona lo sport, non cerca o perde il lavoro.

Lasciando alle generalizzazioni il tempo che trovano si tratta, per la maggior parte dei casi, di giovani provenienti da famiglie di buona estrazione sociale, con genitori impegnati e di successo, madri e padri lavoratori spesso con ruoli apicali e molto spesso figli unici.

Giovani benestanti con, all’apparenza, nessun problema ma con un disagio immenso: il mal di vivere.

A volte nascondono traumi pregressi, disagi familiari (non economici), situazioni difficili risalenti all’infanzia o alla pre-adolescenza.

Apparentemente timidi o schivi covano una immane insofferenza verso l’altro e finiscono per “sopravvivere” reclusi tra le mura della propria stanza in compagnia del cellulare, studiando e documentandosi esclusivamente da remoto, interagendo coi video-games e così via.

Un disturbo molto preoccupante anche se facilmente confondibile con altre forme di ansia, depressione o schizofrenia e per questo ancora assente all’interno della categorizzazione psichiatrica internazionale.

Cosa fare per questi ragazzi?

Ovviamente ci sono specialisti e studiosi che dedicano la loro mission professionale all’aiuto di questi ragazzi e non solo. Ci sono strutture, personale, centri di ascolto e professionisti.

Ma noialtri che non abbiamo dalla nostra le competenze e la professionalità, abbiamo sicuramente un’altra arma da utilizzare e un’altra strada da percorrere, l’amore.

La cura è l’amore

Accorgersi di questi giovani. Guardarli, parlare loro.

L’auto-reclusione, l’auto-isolamento, gridano aiuto. Serve amicizia, serve compagnia.

Cominciamo con il dialogo, con lo sguardo.

Impariamo ad ascoltare, prestiamo attenzione.

Se un giovane ci parla guardiamolo negli occhi.

Leggiamo tra le righe. Infondiamo rispetto, sicurezza.

Trasmettiamo presenza.

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