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Le dipendenze digitali

Dalle malattie codificate al vero rischio: l’a-socialità

Nelle canzoni il campanello d’allarme: da J-Ax ai Coma Cose

Le dipendenze spaventano.

Spaventano quelle fisiche: consumo di droghe, di alcool, di nicotina;  ma spaventano anche quelle emotive in cui certe relazioni o certi legami sono vissuti come condizione unica o indispensabile alla propria esistenza.

In entrambi i casi le dipendenze spaventano perché schiavizzano, riducono la libertà, imprigionano la vita all’interno di schemi ed abitudini dai quali appare quasi impossibile uscire.

Tuttavia, tutti noi siamo finiti, nonostante le nostre spinte contrarie, verso una dipendenza subdola e silenziosa dalla quale sembra, praticamente, impossibile liberarsi.

Ci allontaniamo dallo smartphone, lo dimentichiamo a casa o peggio ancora lo smarriamo.

Immediatamente perdiamo la pazienza, finiamo in uno stato di ansia e confusione, ci sentiamo smarriti, ci innervosiamo, non troviamo pace, ci sembra di impazzire.

Stiamo parlando di dipendenza digitale. Non riusciamo più a muoverci, a relazionarci, a vivere senza il cellulare.

Ebbene per anni quando si affrontava l’argomento delle dipendenze digitali sembrava riferirsi esclusivamente a malattie codificate: la dipendenza dal gioco on-line, dallo shopping compulsivo o dal sesso virtuale.

Non è solo questo. Sottovalutiamo l’argomento perché è una problematica che, ormai, riguarda tutti e chiunque, siamo tutti un po’ dipendenti digitali.

In tasca il nostro nemico

Il mondo va avanti, la tecnologia ci ha aperto delle porte, ha allargato gli orizzonti, ridotto le distanze, accorciato i tempi di ogni cosa, evviva! Che bello.

Lo smartphnone ci permette di parlare con l’amico lontano, di ritrovare quello perduto, di leggere un libro evitandone il peso, di sfogliare un quotidiano pur non avendolo acquistato, di prenotare all’ultimo minuto la cena ed infinite altre cose delle quali forse non ne sono nemmeno a conoscenza.

Ma quante volte quello stesso smartphone si sostituisce all’amico?

Quante volte preferiamo un messaggio vocale ad un incontro, ad un caffè, perché più rapido, più immediato ed irrimediabilmente meno faticoso?

E così stiamo finendo per essere sempre più soli.

Relazioni virtuali, fittizie, inesistenti. Giochi a distanza, conferenze in plenaria ma dal proprio salotto, visite a parenti anziani sostituite da fredde videochiamate e chi più ne ha più ne metta.

Volti celati dietro uno schermo, parole pescate da una tombola di frasi fatte, emoticon per mostrare la nostre reazioni.

E gli abbracci? Le strette di mano? Le tirate di orecchie, la pacca sulla spalla?

E l’occhiolino? Ma i ragazzi di oggi sanno fare l’occhiolino?

Non riesco bene a spiegare l’argomento, perché io, ormai addentrata negli anta, ho vissuto il progresso dell’era digitale ma non sono nata padroneggiando questi strumenti come le generazioni di oggi.

Io ho vissuto tutta un’altra gioventù e per questo grido ai ragazzi di oggi:attenzione a non perdere la vita vera. Attenzione che le relazioni vere non possono essere veicolate in toto da uno schermo digitale, le relazioni sono tutt’altro: sono contatto, vicinanza, condivisione in primis di tempo e poi di tutto il resto.

Eppure, nonostante il progredire dei tempi io ritrovo il mio stesso grido in molte altre espressioni, in primis nella musica.

Ci sono due canzoni molto diverse fra di loro, di artisti diversi, contesti diversi, registri diversi con argomenti diversi, ma con un messaggio comune: proviamo a posare quel telefono e a goderci il vero affetto.

Una è la canzone che J-Ax dedica a suo figlio: un bimbo atteso, cercato, amato da subito: “Tutto tua madre”, della quale riporto un estratto molto significativo:

E ti prenderò per mano

Ti porterò a giocare su un prato

E il telefono l ho buttato (cit.)

Non ha bisogno di interpretazioni il messaggio di J-Ax: tornare a giocare coi bambini; a passeggiare, a correre, ad inventarsi e re-inventarsi lasciando a casa quel cellulare che mentre distrae e catalizza anche i più piccini ci allontana, inevitabilmente, da loro e allontana loro da noi.

L’altra canzone-critica è la canticchiatissima e simpaticissima “Cuoricini” dei Coma Cose.

“Ma tu volevi solo cuoricini, cuoricini

Pensavi solo ai cuoricini, cuoricini

Stramaledetti cuoricini…

Un divano e due telefoni è la tomba dell’amore

Ce l’ha detto anche un dottore” (cit.)

Svegliatevi ragazzi! Non permettete allo schermo di rubarvi le emozioni!

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